Editoriali

Essere donne? Un lusso

Attualmente non esistono studi scientifici chiari e degni di questo nome che siano chiarificatori sulle caratteristiche principali degli strumenti esistenti ed utilizzabili per la cura del ciclo mestruale e sulla loro sostenibilità (ecologica, economica ed igienica). Una società civile, degna di siffatto appellativo, dovrebbe avere, nel 2020, degli studi scientifici diffusi in grado di fornire dati utili allo sviluppo di approcci e/o prassi funzionali per un adeguato utilizzo degli strumenti di cura del ciclo mestruale di una donna.

Allo stesso modo, una società civile dovrebbe avere delle politiche adeguate sull’argomento ed essere parte promotrice dello sviluppo e della sostenibilità degli stessi, nonché della sensibilizzazione. Tutto ciò sarebbe fondamentale per, ad esempio, individuare modalità corrette di conferimento e di smaltimento degli assorbenti per renderli sostenibili nel loro disuso, e come loro anche pannolini e pannoloni perché, se tanto mi da tanto, anche questi contengono materiale organico e sono composti da elementi sintetici.

Un sistema di dati e di politiche così orientati sarebbero in grado di proporre strumenti adatti e facilmente accessibili tra i quali le donne potrebbero scegliere per prendersi cura del proprio ciclo mestruale come meglio si sentono. Così facendo il campo d’azione non sarebbe occupato solo da battaglie tra schieramenti che inneggiano all’assorbente al 4% Iva e altri che getterebbero nelle fiamme gli assorbenti esistenti per fornire l’intera popolazione femminile di assorbenti in cotone. In sintesi, ben vengano le battaglie in tal senso ma che non siano l’unica fonte per le persone per farsi un’idea sull’argomento.

Di fatto si avrebbe la possibilità di fare un ragionamento reale e concreto sulla collocazione categoriale, a fini iva, in un contesto di discussione politica costruttiva e non strumentale su tutti i presidi deputati alla cura del ciclo mestruale e delle deiezioni non controllabili, come neonati o adulti con patologie: fare guerre sull’Iva al 4% per gli assorbenti ma poi far pagare 30 euro una coppetta mestruale e 10 euro un pacco da 6 pannoloni per adulti mi sembra alquanto dissonante (riservando la gratuità degli stessi solo ad una parte della popolazione, con caratteristiche specifiche e con iter lunghi e poco conosciuti).

Lo stesso vale per la sfaccettatura del libero mercato sui prodotti. Lasciare campo libero a chi fa “l’offerta migliore garantendo sempre il meglio del meglio rispetto agli altri” sui prodotti di cura delle deiezioni intime, di qualsivoglia natura, è lecito, ma gli assorbenti con l’Iva al 22% sono una mostruosità. Sembra che gli assorbenti siano il male assoluto per l’ambiente e il nostro ecosistema ma nessuno sa quanto effettivamente siano dannosi per il nostro ecosistema: più o meno della plastica che produciamo e gettiamo ovunque? Più o meno degli scarichi industriali che vengono riversati quotidianamente in mare? Esistono studi approfonditi e dettagliati sulla presunta onestà delle persone che dicono parolacce ma non su quanti assorbenti in media usa una donna nella sua vita: qualcuno (quasi mai ben chiaro chi sia questo qualcuno) dice tra i 120 e 480 miliardi, dichiarando di aver fatto un conto più o meno a “spanne” perché i fattori che incidono sul numero sono troppi. E’ come dire che per costruire una casa servono dai 300 ai 37mld di mattoni perché dipende da quanto grande la vuoi e da come va il mercato estero del Canada.

Chiaramente esiste una realtà perseguibile e sostenibile sul fronte economico, ecologico, igienico e di benessere per il ciclo mestruale (che auspico sia individuata, almeno nei termini generali, in tempi decenti) ma sembra che in Italia sia ancora preferibile considerarlo “cosa da donne” e che il dibattito e la sensibilizzazione sul tema siano solo quelli che avvengono nei 15 minuti in cui la madre spiega alla figlia come si indossa un assorbente.

Forse il problema non è “aboliamo gli assorbenti e inondiamo la società femminile di coppette mestruali e mutande assorbenti”; forse il problema è che “l’espressione ciclo mestruale, se detta in pubblico, fa sobbalzare il 70% delle persone mentre se qualcuno è sofferente a terra lo si scavalca e si passa oltre senza problemi”. Nonostante comunque da anni esistano dibattiti sulla sostenibilità del ciclo mestruale di una donna, l’opinione pubblica rimane poco informata e poco consapevole dell’esistente e ancora legata a tabù arcaici.

Forse con qualche tabù in meno e qualche politica più presente e attiva sull’argomento ogni donna potrebbe essere realmente libera di scegliere come meglio prendersi cura di sé stessa e del suo ciclo mestruale avendo attenzione anche per la sostenibilità degli strumenti utilizzati.

Però un passo avanti come società civile lo stiamo facendo: abbiamo la pubblicità degli assorbenti, di un noto marchio, che usa la parola vulva e un liquido rosso per simulare il sangue al posto di quello blu.

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